Diario di viaggio in Turchia… Giorno 17

 diyarbakir

sabato 01/08/09: Diyarbakir – 0 km
(tappa turistica)

Eccoci qua, nella capitale storica del Kurdistan, spesso teatro di manifestazioni e gravi scontri fra militari turchi e appartenenti al movimento del PKK (pekeké, come si pronuncia qua).
Bene, dopo la nostra bella colazione, verso le nove e mezzo usciamo con borraccia piena, cappellino e guida in mano! Come prima cosa ci dirigiamo verso il quartiere del castello sulla collina più alta della città, a nord est, che guarda la vallata dove scorre il fiume Tigri. Appena arrivati, l’impressione non è delle migliori, gli edifici sono un po’ fatiscenti e semi abbandonati e soprattutto non c’è un’ anima. Sarà il caso? Non è per niente rassicurante… Neanche a farlo apposta ci viene incontro un ragazzo sui vent’anni tutto ben vestito che lavora per il Comune e ci invita a visitare il complesso di corti della fortezza con le sue mura, i palazzi, l’hamam, la moschea e il caravanserraglio. Noi gli mostriamo la cartina sulla nostra guida e vede che non c’è praticamente niente del castello, così molto gentilmente si offre di farci da guida e ci regala un opuscoletto turistico multilingua (tra cui l’inglese) molto ben fatto sulla città, ottimo! 🙂
Visitiamo così tutto il complesso in completa autonomia, siamo solo noi tre; l’hamam è la parte più bella, tutto in pietra di basalto come le mura della città. Dall’angolo più a nordest delle mura saliamo su e immortaliamo la veduta sul Tigri, bellissimo… L’emozione della valenza storica di questi posti è troppo grande! Dopo aver visitato la moschea e il caravanserraglio, salutiamo la nostra guida e ci avventuriamo nelle viuzze più esterne al centro della città, lungo le mura. Passeggiando ci rendiamo conto veramente della povertà di questi posti, le case sono poco più che baracche scalcinate e i vicoletti ancora peggio; soprattutto vediamo tante donne che trafficano tra una casa e l’altra, tanti bambini e nessun uomo. Gli uomini infatti sono al lavoro e le donne esclusivamente dietro alla casa e alla famiglia. Mentre camminiamo un gruppo sempre più nutrito di bambini sotto i dieci anni inizia a “ronzarci” intorno, alcuni di loro ridono e ci dicono cose incomprensibili, siamo ovviamente una novità e una attrazione, specialmente io con bermuda, cappello e Rayban… 🙂 Però non mi sento per niente a disagio, anzi la prendo a ridere e mi metto a scattare foto; inutile dire che ho dovuto fotografarli tutti… ! 😀

diyarbakir

Dopo aver passeggiato in questi vicoletti rientriamo verso il corso principale, Gazi Caddesi, e ci dirigiamo verso il quartiere storico centrale dove ci sono le due chiese in rovina, la Caldea e l’Armena, e quella ancora in uso di rito siriano ortodosso. Dopo aver vagato per le viuzze e aver sorseggiato un çay offertoci per strada da un gruppo di anziani signori venditori di sigarette, veniamo distratti dal profumo di kebab e verdure arrosto che c’è nell’aria. Così decidiamo di rimandare la ricerca delle chiese a dopo pranzo e ci dedichiamo ad un’altra ricerca: quella di un buon ristorantino… 🙂
Entriamo così nel piccolissimo ristorante di Suleyman, un giovane tutto vestito di bianco con tanto di cappa e zoccoli, sembra un dottore! Il locale è minuscolo, ci sono cinque tavoli da giardino, anche questi bianchi, ma soprattutto non c’è la cucina! Infatti i pasti arrivano da un altro negozio, o abitazione non lo sappiamo, e le carni vengono cotte in un piccolo braciere sulla strada. Ci sediamo e nel giro di dieci minuti Suleyman ci porta due piattoni con pane tipo piadina, ma molto più buona, i due spiedini e le verdure grigliate. Ah, che buoni… Ormai non ci facciamo mai mancare niente, pranzo e cena sempre al ristorante! Ah, ovviamente a fine pasto arrivano due bei çay, gentilmente offerti dalla casa! Sono quasi le due del pomeriggio, siamo sazi e soddisfatti; decidiamo così di farci una passeggiata nel parco lungo le mura per poi andare un’oretta in albergo a riposare un po’, a fare una pennichella insomma! 🙂
Il parco principale di Diyarbakir all’ora di pranzo è un ritrovo per tante persone, specialmente in estate. Molti infatti si siedono all’ombra delle mura e degli alberi per stare in compagnia, fumare e bere çay sopra qualche kilim logoro di famiglia.
Noi con la pancia bella piena e il solito abbiocco in arrivo, ci sediamo su una panchina a fare due chiacchiere e a stabilire un po’ il da farsi nel pomeriggio. Dopo pochi istanti due bambine sui dieci anni si fermano davanti a noi sorridenti e ci fissano. Le salutiamo sorridendo e cercando di instaurare un dialogo, purtroppo non è facile, parlano solo curdo e turco. Alla fine diciamo loro da dove veniamo, ma la cosa più importante per loro è ammirare Silvia, sono completamente affascinate da lei e le dicono più volte indicandola: “Cok guzel”. Così immortalo il “trio” con due belle foto e le salutiamo. Non è però finita e mentre le due bambine se ne vanno, ne arrivano altre due che vogliono una foto, ovviamente con Silvia. C’è anche la madre, così prima di fotografare chiedo il permesso e la risposta è un sorriso che non lascia spazio a dubbi! Dopo questa piacevole esperienza, ci incamminiamo nel parco: ad ogni passo tutti, uomini, donne e famiglie intere, salutano e sorridono. Una di queste famiglie ci invita a sederci con loro per bere un çay insieme. Sono curdi: tre uomini, due donne e otto bambine. Ci fanno sedere sul loro kilim, io in mezzo agli uomini in posizione centrale con tanto di cuscini per la schiena e Silvia accanto alla donna più anziana e alle bambine. Tutti insieme beviamo il tè sorridendo e parlando… Ehm, cercando di parlare. Infatti alla fine ci riduciamo ai gesti, visto che non ci intendiamo molto, ma questi pochi piccoli gesti valgono mille parole! Decido di fare una foto, il capofamiglia Mihittin è d’accordo, e così ci mettiamo tutti in posa. Prima di ringraziare e salutare, chiedo loro l’indirizzo, voglio spedire infatti le foto dall’Italia, sono stati troppo ospitali e gentili, è il minimo!

diyarbakir

Arriviamo al nostro albergo per le tre e ci stendiamo un po’ sul letto per riposarci. Dopo poco più di un’ora riusciamo e torniamo in centro, dobbiamo trovare le due chiese abbandonate e quella ortodossa! Così con la guida in mano mi metto a cercare tra i vicoletti che pullulano di gente che entra ed esce dai negozietti, venditori, bambini, anziani che fumano e bevono il tè… Mentre cerco di interpretare la micro mappa della città sulla guida, un giovane ragazzo sulla trentina ci saluta e ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto: si chiama Boz-o, è un barbiere dallo stile piuttosto moderno ed occidentale. Gli faccio vedere i nomi delle chiese che stiamo cercando e lui ci dice di seguirlo. Inizialmente non ci piace la cosa, è un tipo strano, abbastanza taciturno e dalla camminata un po’ “strascicata”, mah… Dove ci porterà? Mi tengo a distanza… Dopo qualche minuto bussa ad un portone di legno e ferro di un edificio piuttosto vecchio. Un giovane ragazzo ci apre e ci fa entrare: davanti a noi c’è un bel cortile curato e l’ingresso della chiesa siriana ortodossa. Boz-o ci dice di andare e che ci aspetta fuori visto che è musulmano. Entriamo: la chiesa è minuscola, col soffitto basso e un po’ buia, ma veramente affascinante, con larghi archi a sesto acuto, tutta piena di ornamenti e drappeggi sull’altare e sulle mura.
Dopo qualche minuto usciamo e fuori troviamo la nostra strana guida che ci chiede quale sia la prossima tappa, ma noi ringraziamo e salutiamo, vogliamo essere autonomi. Mi metto a guardare la guida, ma non è facile con tutti questi vicoletti e mi rendo conto di quanto sia approssimativa la cartina della città. Così Boz-o si rifa avanti e gentilmente ci dice che ci accompagna alla chiesa armena in rovina, visto che sicuramente sarà chiusa e bisognerà chiedere al custode di mostrarcela. Iniziamo a rilassarci un po’, avrà un atteggiamento strano, ambiguo ed eccessivamente pacato, ma è gentilissimo! Grazie a lui riusciamo ad entrare nella chiesa armena di Surpagab, chiusa e con il soffitto crollato.
Sull’ingresso troviamo un bambino che il nostro amico saluta affettuosamente e ci mostra la chiesa, le cappelle quasi intatte e ci racconta alcuni aneddoti in un inglese elementare, ma efficace! Ci accorgiamo che è sempre più rilassato e sorridente, ci dice che è sposato, che ha dei figli e che ama i bambini. Salutato il nostro piccolo amico, Boz-o ci porta a vedere una casa museo ottomana, anche questa chiusa, dove lui riesce a farci entrare chiedendo alla custode; ci avverte subito che dovremo lasciare cinque lire di mancia, ma va bene, non ci sono problemi. La casa è piccola, molto bella e nelle stanze l’arredamento e i suppellettili sono intatti. Nell’uscire il nostro amico, ormai ci rendiamo conto di essere stati un po’ troppo diffidenti nei suoi confronti, si mette un po’ a discutere con la signora custode. Alla fine capiamo che non vuole cinque lire, bensì dieci. Un po’ scocciato per noi, prova a trattare, ma la donna non cede… Così io pago, dopotutto sono due euro e cinquanta in più. Una volta usciti, Boz-o mortificato si mette una mano in tasca per restituirci le cinque lire in più. E questo gesto ci ha conquistato! Ci siamo detti: “Che fessi ad aver dubitato di lui, è veramente in gamba, strano, ma in gamba”. 🙂

diyarbakir

Dopo questo giro turistico, il nostro amico barbiere ci invita al suo atelier per bere un çay e ovviamente accettiamo! Così nel giro di una mezz’ora, conosciamo i suoi due fratelli, un gruppetto di giovani clienti e praticamente tutti i negozianti vicini. Io e Silvia siamo al centro dell’attenzione e il gruppetto si mette a ridere e a scherzare con noi; Boz-o ci prende un po’ in giro sul fatto che noi “avevamo paura” all’inizio e che ora siamo qua con lui quasi da un’ora! Effettivamente… 🙂 Ci dice inoltre che è veramente felice di aver fatto la nostra conoscenza, che è un pacifista e che ama tutte le persone, diciamo quasi in un modo un po’ “hippie”; si mette addirittura a pregare in terra in mezzo a tutti noi, rivolto ovviamente verso La Mecca, per ringraziare il Signore di questa esperienza… ! Alla fine dopo tre o quattro çay dagli svariati gusti, ci facciamo delle belle fotografie di gruppo e ci scambiamo gli indirizzi email.
Salutato Boz-o e la sua combriccola, andiamo a vedere la Ulu Cami, la moschea più antica e importante del centro della città. E’ veramente stupenda, in stile più arabo che ottomano, con un cortile interno tutto circondato da colonnati a due piani e con al centro una fontana per le abluzioni rituali dalla forma conica.
Una volta usciti, andiamo al negozio di tappeti di Sait, il signore che ieri avevamo incontrato per strada e che conosce un po’ di italiano. Appena entrati ci fa accomodare e iniziamo a parlare del nostro giro un po’ in inglese e un po’ in italiano. Insieme a noi nel negozio c’è una coppia di Polacchi, che sta girando in auto il Kurdistan: sono marito e moglie sulla cinquantina e stanno comprando tappeti! 🙂 Ci mettiamo anche noi a guardare, Silvia si mette insieme alla signora polacca a srotolare decine e decine di tappeti, il più bello in assoluto, un kilim curdo iracheno di sei metri per tre di una settantina di anni sui colori bianco, azzurro e rosa, che spettacolo! Peccato che voglia quasi 2000 dollari… Ma credetemi, li vale tutti, mai visto niente di simile!
Dopo il negozio di Sait ripassiamo per l’ennesima volta dal bazar, anche se ormai lo conosciamo quasi a memoria, ma è troppo bello, ogni negoziante o persona in giro ci ferma e ci saluta… 🙂 Passiamo anche dal bazar dei formaggi, veramente caratteristico e da acquolina in bocca. Tra le viuzze di negozi, troviamo anche un venditore di tè: ha solo ed esclusivamente tè nero dello Sri Lanka. Infatti qui in Kurdistan non si trova il tè turco, ma solo quello asiatico. Figurati se i Curdi si mettono a comprare tè dai Turchi… 🙂

diyarbakir

Sono le sette di sera, decidiamo di fare un ultimo salto da Montana al suo negozio di tappeti per salutarlo. Fra una parola e l’altra mi cadono gli occhi su un servito in ottone antico molto bello che c’è in un angolino del negozio… Stupendo, lo voglio! Ci chiede cento lire, ma chi se ne frega, è stupendo: fatto e inciso a mano, vissutissimo!
Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a mangiare un paio di siskebab lungo la strada dove un simpatico ragazzo ha il bracere. Ahhh, che bontà! Il tutto accompagnato dal pane a piadina e… Una bella brocca d’acqua fresca di rubinetto… Ma sì! 😀
Bene, è ora di rientrare in albergo, domani andiamo a Mardin, vicino al confine con la Siria e la stanchezza si fa già sentire.
Oggi è stata una giornata memorabile, sicuramente la più bella fino ad ora! Diyarbakir e i suoi abitanti sono veramente fantastici, l’ospitalità e la gentilezza sono valori importantissimi per i curdi e qui a Diyarbakir, come a Dogubayazit, ce ne siamo resi davvero conto!

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 16

lago van

venerdì 31/07/09: Van, Tatvan, Bitlis, Silvan, Diyarbakir – 400 km
(tappa di trasferimento)

Direzione ovest, inizia il riavvicinamento all’Europa! Oggi ci faremo tutta la costa meridionale del lago di Van fino a Tatvan; poi andremo verso Bitlis, Silvan e quindi arriveremo a Diyarbakir, la capitale simbolica del Kurdistan.
Sveglia alle otto e clima stupendo, ma andiamo con ordine… Colazione: beh ormai ci mangiamo praticamente tutto, dal salato alle verdure fino al dolce. Il cameriere di ieri, innamorato del nostro calcio, torna per salutarci e ci porta un vassoio pieno di fette di anguria, tutte per noi! 🙂
Finita la colazione, porto nella hall i bagagli e vado alla reception per pagare e salutare. Ora bisogna pensare a tirar fuori la moto dal bunker! Con un fattorino vado al garage e sorpresa… Davanti al portone c’è una macchina parcheggiata. Vabbeh, la faremo spostare. C’è un problema però, non si sa di chi sia! Dopo un po’ di tentativi a cercare il proprietario, mi dicono che devo uscire sulla strada passando dal metro e mezzo che c’è fra il portone e l’auto parcheggiata… E come faccio? Vista la ripida salita sterrata devo andare deciso e piuttosto lanciato, non posso fermarmi e frenare per non andare addosso alla macchina, andrei in terra e ruzzolerei giù indietro con la moto. Così, come ho fatto per scendere giù l’altro ieri, decido di fare il bis! Vado tutto fiero nella hall per “precettare” stavolta minimo quattro fattorini. Me ne danno tre, ma io con lo sguardo ne adocchio altri due che vengono ad assistere. Così in fondo al bunk… Ehm garage, mi piazzo di fianco alla moto per guidarla e frenare all’occasione e con i tre ragazzi dietro a spingere. Ovviamente, come io sapevo già, non bastiamo! Scena da piangere dalle risate: un bestione da quasi 300 chili fermo in salita con quattro uomini che piangono dal ridere o dagli sforzi, non lo so! Alla fine una volta arrivati in cima tutti insieme vittoriosi ci guardiamo e abbracciamo: ce l’abbiamo fatta! Dopo i dovuti ringraziamenti e gli altrettanti saluti, carichiamo la moto, impostiamo il GPS e via verso Tatvan!

bitlis kurdistan

L’uscita da Van è abbastanza rapida e dopo aver messo benzina prendiamo la statale D300 che costeggia la riva meridionale del lago. Lungo questa strada troviamo tanti piccoli paesi, alcuni dei quali anche abbastanza attrezzati con degli stabilimenti balneari; la maggior parte però sono villaggi di pescatori.
Ad una cinquantina di chilometri da Van, scorgiamo in lontananza l’isoletta di “Akdamar” con l’omonima chiesa armena; decidiamo tuttavia di andare avanti e non vederla, ci vorrebbe come minimo mezza giornata e non ce la facciamo. Forse l’avremmo potuta visitare ieri invece di stare tutto il giorno a Van, ma ormai è andata così, pazienza! Dopo le foto di rito proseguiamo verso la nostra meta.
Superato Tatvan verso le undici, ci lasciamo alle nostre spalle lo stupendo Lago di Van e prendiamo la E99 verso la vicina Bitlis. Questa città è un paesone di montagna, che fa da vero e proprio crocevia, tutti passano da qui in quanto è l’unica via per andare verso Diyarbakir; infatti troviamo parecchio traffico, tutto passa dal centro di questo paese: auto, furgoni, camion, autobus e… Una moto! Lasciata Bitlis, i “giochi” si fanno parecchio impegnativi… La strada infatti è pessima: come quasi tutte le altre percorse nei giorni scorsi nell’est della Turchia, anche questa è in fase di allargamento della carreggiata. Qui però siamo tra i monti e i cantieri sono dislocati su piccole strade di montagna fra curve, discese e salite. Mi ritrovo infatti a guidare quasi sempre su strade sterrate in salita o in discesa piene di sassi o ghiaione, con tanto di traffico pesante e mezzi di tutti i tipi. Spesso sono anche costretto a fermarmi perché non vedo niente davanti a me con il polverone alzato dagli altri e in altre occasioni invece trovo le strade bagnate e semi allagate dagli operai proprio per evitare i polveroni, con il risultato che io, in moto, scivolo con le ruote e devo tenere i piedi giù per aiutarmi… Insomma, dopo due ore è veramente stancante considerato anche che Silvia, ad ogni scivolata evitata, si impaurisce sempre di più… Alla fine ce la facciamo e per l’una e mezzo siamo nei pressi di Baykan, un piccolo paese alla fine della regione montuosa di Bitlis e all’inizio della grande pianura del fiume Tigri.

kurdistan

Il clima è veramente splendido e iniziamo a sentire il caldo dei vicini deserti di Siria e Iraq. Nel giro di mezz’ora infatti la temperatura supera i 40 gradi, non posso neanche tenere la visiera del casco aperta perché l’aria calda mi secca la pelle e le labbra… Così ci fermiamo per mangiare qualcosa e riposarci un po’ in una bella stazione di servizio in mezzo al niente prima della città di Silvan. Appena arrivati, completamente sporchi di polvere e fango, parcheggiamo la moto davanti all’ingresso del ristorante. Ci vengono subito incontro due camerieri che ci salutano calorosamente e ci chiedono da dove veniamo. Come in altre occasioni, sono folgorati dal nostro viaggio e ci fanno entrare orgogliosamente nel ristorante richiamando l’attenzione di tutti. Uno di loro è il titolare e con grande felicità ci stringe la mano, è un curdo di Batman ed è fiero di averci lì nel suo ristorante. Infatti ci dà il tavolo migliore al centro della stanza, dice a tutti i presenti (una trentina di uomini) chi siamo, cosa facciamo e da dove veniamo. Mette perfino l’aria condizionata al massimo!
Nel giro di pochi minuti ci porta praticamente di tutto: kebab, riso, verdure grigliate, ayran, pane, fagioli… Si mette persino a sedere accanto a me al tavolo. E’ interessatissimo e vuole sapere tutto del nostro giro, ci consiglia vivamente Batman e Hasankeyf, dove c’è uno splendido sito archeologico. Terminato il pranzo con gli immancabili çay, il titolare e i camerieri ci salutano sempre più calorosamente, offrono la colonia per lavare le mani e ci accompagnano alla moto. Il capo mi dice con il tipico gesto: “Nicola, motor cok guzel!!!” (trad. : “Nicola, la moto è proprio bella!!!”).
Così con la pancia piena e l’abbiocco in arrivo, alle tre del pomeriggio ci accingiamo a percorrere gli ultimi 100 chilometri fino a Diyarbakir sotto un sole sempre più cocente. Dopo una quarantina di minuti però ci fermiamo di nuovo per bere un po’ d’acqua ad una stazione di servizio lungo la strada. C’è anche un autobus GT fermo con tutti i passeggeri che pranzano lì vicino: sono Iraniani in viaggio verso Urfa, un gruppo di circa dieci uomini e quaranta donne vestite con il “chador”. Appena parcheggiata la moto, saluto e vengo subito ricambiato. Un uomo che sta pranzando con la sua famiglia sul proprio tappeto mi invita a mangiare qualcosa con loro, ma io rifiuto gentilmente anche perché sono già pieno! Silvia invece viene quasi “assalita” da un gruppo di donne, che la guardano incuriosite, le parlano e la “sgridano” non appena lei racconta loro del nostro viaggio: infatti per loro abbiamo fatto male a non andare anche in Iran! Beh, sarà per un’altra volta… 🙂

batman turchia

Arrivati alla periferia di Diyarbakir, ad un posto di blocco della “Trafik Polis” ci fermano! Penso subito ad un controllo e invece… Multa per eccesso di velocità: andavo a 114 dove c’era il limite a 70 km/h. Inizialmente con il poliziotto non ci capivamo, poi a gesti e indicando il tachimetro della moto, capisco… Ahimè, l’ho beccata! Dopotutto andavo davvero a quella velocità sul lungo rettilineo di qualche chilometro fa… Pazienza, c’è poco da contestare. I poliziotti gentilmente mi chiedono la patente, il libretto e la “sigorta” (l’assicurazione) e mi compilano un bel verbale da 260 lire da pagare con calma quando torneremo alla frontiera. Pazienza, d’ora in avanti andrò più piano e starò più attento all’avvicinarmi alle periferie di paesi e città!
Arriviamo finalmente a Diyarbakir per le quattro e mezzo e, neanche a farlo apposta, entriamo nel centro storico circondato dalle mura medievali proprio dalla porta vicina alla via degli alberghi, “Inonu Caddesi”. Dopo un tentativo a vuoto al primo hotel, parcheggio in un vicoletto vicino dove ce ne sono altri tre: vado a sentire un attimo e lascio Silvia e guardia della moto. E’ pieno di gente che ci osserva incuriosita, però ci guardano diversamente da Van, sono tutti molto sorridenti, ci salutano con grande piacere e mi dicono di andare a sentire agli alberghi lì vicino rassicurandomi per la moto e i bagagli. Vado così all’hotel Kaplan e chiedo informazioni: vogliono 120 lire per due notti con colazione e garage (anche questo “supèr” ovviamente!). Torno da Silvia, che di fatto qui in Turchia è “diventata mia moglie” per evitare antipatie da parte delle persone più integerrime e religiose, e la trovo seduta al bar vicino in compagnia di simpatici signori che le hanno offerto un çay nell’attesa. Sono orgogliosi che siamo arrivati fino a qui a Diyarbakir. Vedendomi stanco, sporco e sudato, mi offrono un bicchiere d’acqua gelata, e di rubinetto… Non ce la faccio, è troppo invitante e la ingurgito… Alla faccia della diarrea del viaggiatore! Così dopo due chiacchiere in compagnia, sposto la moto davanti al Kaplan e con Silvia entro nella hall. Alla fine, dopo varie trattative, ci danno la stanza a 100 lire per le due notti. Una volta parcheggiata la moto nel garage (sotterraneo, ma migliore di quello di Van) e fatta una super doccia rigenerante, usciamo a fare due passi!

diyarbakir

Il centro è vivissimo e brulica di gente che gira per negozi, questa volta molto più veri e tipici rispetto al centro di Van. Sui marciapiedi ci sono venditori ambulanti di tè e cola dai folkloristici vestiti sgargianti di colore rosso.
Vicino ad un negozio un signore ci ferma e ci saluta in italiano, o meglio quasi in italiano! 🙂 Si chiama Sait, è curdo ed ovviamente ama l’Italia e gli Italiani! Anche perché gestisce un negozio di tappeti e antiquariato nella piazza centrale della città ed evidentemente “noi” siamo potenziali clienti. E’ molto simpatico, ci dice che sta dimenticando l’italiano e che gli farebbe piacere scambiare qualche parola con noi. Va bene, domani andremo a trovarlo al suo “Bazaar 21” e guarderemo altri tappeti bevendo altrettanti çay, ormai ci abbiamo preso gusto! 😀
Continuando la nostra passeggiata arriviamo all’hotel “Buyuk Kervansaray”, un caravanserraglio del ‘500 tutto restaurato con hotel, negozi e ristorante all’interno. Mentre osserviamo il suggestivo cortile interno, un uomo ci saluta, chiedendoci la provenienza e ci invita a vedere il suo negozio di tappeti, abbigliamento e chincaglierie di antiquariato. Si chiama Mehmet, detto “Montana”, è simpatico e gentile… Ma sì, andiamo! E via di çay e chiacchiere!
Mehmet, dopo aver visto che non siamo più di tanto interessati ai tappeti, ci chiede di parlargli dell’Italia. Così gli spieghiamo che per la maggior parte degli italiani la Turchia si ferma in Cappadocia e sul Mediterraneo, in quanto questa regione è considerata pericolosa per gli scontri contro i separatisti curdi. Lui resta allibito, in quanto gli episodi terroristici sono sempre meno e anzi il turismo sta iniziando ad arrivare anche qua; addirittura dice che organizza regolarmente escursioni di gruppo per turisti da lui guidate nel vicino Kurdistan iracheno, mostrandomi orgoglioso le foto con gli ultimi gruppi di viaggiatori che hanno fatto questa esperienza. Parliamo anche delle nostre prossime tappe e, sentendo che andremo in Cappadocia, decide di telefonare ad un suo amico italiano che vive là per aiutare i turisti. Si chiama Enrico, vive ad Uçhisar e al telefono mi dà consigli sulle prossime tappe, ottimo! Salutato Mehmet, con la promessa di ripassarci domani, andiamo verso l’albergo. Decidiamo di mangiare con una bella pida, così ci fermiamo ad un piccolo ristorante vicino all’hotel. Verso le nove, completamenti distrutti dopo la giornata di oggi, rientriamo e andiamo a dormire.
Ah, lezione di turco di oggi: “kuçuk” significa piccolo, “buyuk” grande! 🙂

Diyarbakir, la capitale mancata

Turchia-Diyarbakir-bazar
Diyarbakir è la mia città preferita in Turchia: adoro il suo caos, la sua semplicità, il bazar incasinato, i suoi odori, le persone vere! Si trova nel sud est della Turchia ed è la capitale ideologica dello stato non riconosciuto del Kurdistan. Ci siamo stati due volte, la prima nel 2009 e la seconda nel 2011. E’ una città al primo impatto dura, leggermente malinconica dove le persone fanno fatica ad aprirsi a causa delle loro vicissitudini e delle continue oppressioni subite da parte dei Turchi. Ma dopo aver conquistato le persone con i nostri sorrisi e strette di mano, si sono rivelate quelle più vere e ospitali di tutta la Turchia. Non dimenticherò mai le ore passate a sorseggiare çay con i fratelli Boz-O, all’interno del bazar nel loro negozio di parrucchieri da uomo.

Turchia-Bazar-21
A Diyarbakir abbiamo visto anche uno dei più belli e forniti negozi di tappeti, Bazar 21, situato nei pressi della Ulu Cami. Infatti l’ultima volta, nel 2011, ci siamo tornati (quasi apposta), ma la moschea era in ristrutturazione e il negozio era chiuso… Non ci siamo fatti prendere dallo sconforto, dato che avevamo deciso di fare una deviazione a Diyarbakir al ritorno dalla Georgia (parecchio fuori mano!) proprio per comprarne uno da loro! Abbiamo iniziato a chiedere a tutte le persone (soprattutto uomini) che si trovavano vicino al vecchio ingresso del negozio e, dopo circa un’ora di ricerche, troviamo un signore che dopo varie telefonate e çay, rintraccia il ragazzo che avevamo conosciuto nel 2009 e ci porta al magazzino del negozio! Alla fine abbiamo preso un kilim bellissimo, con colori naturali di una cinquantina d’anni, che ha trovato la sua collocazione in mansarda!