Diario di viaggio in Turchia… Giorno 19

road

lunedì 03/08/09: Mardin, Sanli Urfa – 185 km
(tappa di trasferimento e turistica)

Direzione ovest: Urfa. Purtroppo le previsioni per il clima non sono delle migliori: tutti ci dicono che Urfa è la città più calda della Turchia e che quindi soffriremo tanto! Beh, è anche l’ora di trovare un po’ di caldo vero estivo, finora solo a Diyarbakir l’abbiamo un po’ sentito… Dopo tutto siamo ad agosto!
Urfa non è lontanissima, perciò ce la prendiamo comoda e partiamo verso le nove e mezzo dal nostro “Artuklu Kervansaray” dopo una delle colazioni più ricche con lo yogurt naturale più buono mangiato finora :).
Usciti dalla ricca città di Mardin, dove le strade sono quasi perfette e tutti guidano con calma e prudenza, ripiombiamo sulle strade tipicamente turche: tutte un cantiere con ghiaia, asfalto scadente e traffico. Decido subito di fare il pieno alla moto e mi fermo al primo distributore fuori Mardin. Il gestore è un ragazzo della mia età che dopo il rifornimento ci chiede: “Çay?” Ovviamente sì! Parliamo un pochino a gesti e in turco, con le parole imparate finora. Ci chiede in particolare cosa pensiamo di Mardin. Noi rispondiamo che è molto bella, ma forse un po’ troppo turistica e non accogliente come altre città visitate finora, soprattutto Diyarbakir. A lui brillano gli occhi, visto che è curdo e ci spiega che Mardin è quasi completamente turca, dove vanno solo turisti e Turchi in vacanza. E questo quadra con le forti “pressioni” che ci aveva fatto Tunçay a Sinop di andare solo a Mardin e saltare le altre città dell’est…
Dopo una decina di minuti ci alziamo, Urfa ci aspetta! Salutiamo così il nostro amico benzinaio con un bel… “Spas!” 🙂

micro hotel

Questo tratto di strada diventa sempre più trafficato, specialmente all’altezza della cittadina di Viransehir. Riusciamo comunque a svicolare sempre bene con la moto e alla fine verso le undici e mezzo arriviamo a Urfa.
Andiamo subito verso uno degli alberghi della Lonely, il “Bakay”: Dalla descrizione non ci sembra male, è in centro ed ha il parcheggio… Bisogna vedere però di che tipo! Fa davvero caldo, squagliamo nelle tute e così appena davanti all’albergo ci spogliamo subito di giacca e paraschiena. Metto la moto davanti alla hall ed entro lasciando Silvia fuori a fare la guardia. Il gestore ci dà la doppia con colazione alla modica cifra di 95 lire per due notti dopo una mia breve contrattazione, e ci dice che ci fa mettere la moto dentro… Ottimo! L’albergo non ha però un garage o un cortile, ma una stanza chiusa da un cancello di fianco alla hall dove c’è una cappella per la preghiera. Insomma, alla fine parcheggio in mezzo ad un gruppo di anziani signori che si alternano a pregare in uno stanzino al piano terra dell’albergo, più al sicuro di così…
Andiamo con tutti i bagagli nella nostra stanza al secondo piano: è pulita, ma un pochino squallida e soprattutto stretta! Ci sono due letti, uno matrimoniale e uno singolo. Con le nostre valige, borse, caschi e vestiti da moto ci entriamo giusti giusti. Però c’è l’aria condizionata: meno male, così possiamo stemperare un po’!

bazar urfa

Urfa è famosa per un tipo di kebab, l’”Urfa Kebab” appunto: è una “salsicciona” spellata e schiacciata fatta a mo’ di spiedino accompagnata come sempre da pane piadina, peperoni grigliati e verdure. È l’antagonista dell’“Adana Kebab”, praticamente identico, ma piccante, originario della città di Adana. L’altra prelibatezza culinaria di Urfa invece è un baklava: l’”Imam svenuto”. Il nome è tutto un programma… 🙂
La strada che dall’albergo porta al bazar e al centro storico è piena di negozi, di ristoranti e brulica di gente. Ci sono Turchi alla maniera occidentale e altri più religiosi, in cui le donne vestono tutte con “Chador” o “Niqab”.
Decidiamo di fermarci ad un bel ristorante da cui esce un profumino allettante! Dopo il nostro “spuntino”, accompagnato dai complimenti dei ristoratori e dei camerieri per il fatto che siamo i primi Italiani che vedono, andiamo a visitare il piccolissimo quartiere delle case più vecchie della città. Somiglia moltissimo a Diyarbakir ed è pieno di bambini che giocano per le strade.
Sono le due e mezzo: con il caldo e la pancia piena ci prende il solito abbiocco, per cui andiamo a sdraiarci un’oretta al fresco in albergo. Per una volta anche Silvia è d’accordo, fa un caldo bestiale e si gronda dal sudore anche stando fermi all’ombra… In albergo ci sdraiamo e accendiamo un po’ di aria condizionata, non tantissimo, altrimenti ci stronchiamo, sicuro! Dopo esserci rigenerati usciamo e andiamo in giro nel centro. Al solito, direzione bazar: ormai ci piace troppo! Anche se non compriamo niente le persone sono tutte sorridenti, accoglienti e ad ogni istante ci fermano per un çay in compagnia. Questo bazar è veramente stupendo ed autentico, ci sono i settori dell’oro, delle stoffe, del cibo, delle spezie, dei vestiti, ma quello più bello è quello della lavorazione del peltro e dei metalli, dove artigiani bravissimi realizzano dei serviti da tè completamente incisi a mano e tantissimo altro. In questo momento rimpiango un pochino di non avere spazio sulla moto per fare qualche bell’acquisto… Pazienza, tanto li troveremo anche a Istanbul e valuteremo l’acquisto lì, in quanto più vicini, si fa per dire, a casa!
Dopo esserci “ubriacati” di bazar andiamo verso la zona più bella della città: il complesso monumentale dei quartieri di “Dergah” e “Golbasi” fino ad arrivare alla collina della “Kale”, la Cittadella con il castello, dove la leggenda narra che Abramo precipitò nel vuoto. “Dergah” e “Golbasi” costituiscono un grande parco con giardini, moschee, laghetti e canali fino ad arrivare alle due grandi vasche: tutti questi invasi artificiali sono popolati dalle carpe considerate sacre. È divertentissimo vedere tutte le persone che si fanno in quattro per comprare il mangime per poi fare ingrassare questi stupendi pesci. Non vi dico quanto sono grossi… Ma guai a toccarli! 🙂

golbasi urfa

Silvia ad un certo punto inizia a guardarmi: sono bianco, quasi giallastro! E sono fradicio dal sudore, ma freddo di temperatura. Ho bisogno di un tè caldo con limone, così ci fermiamo ad uno dei grandi bar del parco e ordino una “fincan çay”, una tazza di tè, con limone. Dopo questa subito un’altra… Beh, sto abbastanza bene, però forse è meglio rientrare in albergo tanto sono quasi le otto. Per strada mi prendono delle forti fitte, ma resisto fino all’hotel. Non appena dentro la stanza via in bagno! Decido così di prendere l’antidiarroico portato da casa e di stare sdraiato con la pancia coperta. Capisco finalmente cosa è successo: mi è presa una congestione stando dopo pranzo in albergo con il condizionatore acceso, bravo bischero!
Dopo essermi ripreso un po’, verso le nove decido di andare a comprare qualcosa da mangiare al market lì vicino anche perché Silvia, che sta bene, altrimenti non mangia niente. Compriamo così acqua, pane, qualche pesca e albicocca e… Un cartoccio da sei yogurt activia! In albergo io me ne “sparo” cinque, Silvia uno… Incrociamo le dita e speriamo di riprendermi davvero per domani!

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 18

mardin hotel

domenica 02/08/09: Diyarbakir, Mardin – 100 km
(tappa di trasferimento e turistica)

La sveglia suona ad un’ora decente finalmente! Anche se oggi facciamo una tappa di trasferimento, sono solo un centinaio di chilometri, per cui possiamo dormire un po’ di più… 🙂
Così dopo la nostra bella e ricca kahvalti verso le dieci lasciamo il Kaplan e usciamo dalla stupenda città di Diyarbakir. Alla periferia facciamo il pieno di benzina che fa ancora piuttosto schifo alla nostra motina; pazienza terrò più alto il minimo. La strada che va a sud verso Mardin e la Siria è quasi deserta ed è immersa in campagne veramente brulle e spoglie. Infatti la sensazione che abbiamo andando più avanti è di entrare sempre di più nel deserto siriano e fa parecchio caldo… Siamo però sempre più emozionati, stiamo praticamente entrando in Mesopotamia! 🙂
Dopo poco più di un’ora arriviamo a Mardin dal lato nord, la parte più moderna. A prima vista ci sembra molto ricca come città, veramente impressionante! Molto più curata e tenuta delle altre viste finora. Il traffico è addirittura ordinato e l’asfalto quasi perfetto, da non credere… Entrati nel cuore della città iniziamo a salire sulla collina dove si trova la parte vecchia della città; qui ci sono il castello, il Comune, le moschee antiche più belle e il bazar. Anche il centro storico è ben tenuto, anzi ci sono diversi cantieri di ristrutturazione di edifici e strade. Qua mi sa che girano molti soldi… Ci sono infatti tanti alberghi e tutti di livello abbastanza alto.

mardin

Mentre percorriamo il corso principale (Cumhuriyet Caddesi, che in turco significa Via della Repubblica) osserviamo in particolare gli edifici, tutti in pietra color miele, come descrive giustamente la guida.
Verso mezzogiorno arriviamo all’hotel Artuklu Kervansaray dove passeremo la notte. E’ un antico caravanserraglio in mattoni di pietra, completamente ristrutturato e trasformato in albergo. E’ un quattro stelle ed è piuttosto caro, ma per una volta ce lo meritiamo, siamo sempre stati abbastanza parsimoniosi, che possiamo permetterci di sgarrare un po’… 🙂
Mentre parcheggio la moto sul piccolo spazio rialzato davanti alla hall dell’albergo, Silvia contratta il prezzo (non moltissimo per la verità, qui infatti non scendono più di tanto) e arriva a 110 lire compresa la colazione. Va benissimo, ci possiamo stare! Entrando nella hall ne ammiriamo la bellezza con la sua architettura in pietra antica. Vediamo però anche un sacco di turisti stranieri, americani e nordeuropei principalmente, tutti ben vestiti e lustrati… Siamo noi invece che con i nostri indumenti da moto completamente sporchi e puzzolenti diamo il vero spettacolo. Ma chi se ne frega, io sono stra gasato di essere arrivato fin qua in moto, vivendo fino ad ora l’esperienza più bella della mia vita, sia personalmente che motociclisticamente!
Una volta assegnataci la stanza un bambino di dieci o dodici anni ed un fattorino si caricano in spalla tutte le nostre borse e ci accompagnano. Ah vedi cosa vuol dire ogni tanto spendere un po’ di più? La camera è piccola, ma affascinante. L’unica pecca è l’aria condizionata, che non funziona benissimo e un po’ di caldo lo si soffre. Pazienza, ora facciamo una bella doccia e poi fuori a cercare un buon ristorantino! All’una circa siamo pronti, prima di uscire però rinchiudo i vestiti da moto nel mobiletto, sono veramente sporchi e puzzolenti… Chissà domani quando li tirerò fuori… 😀
Sul corso principale troviamo un piccolo ristorante, dove con dieci lire a testa si mangia un bel piatto di kebab, verdure, pane e ayran. Il capocameriere parla italiano, ci saluta e ci spiega che Mardin è ormai diventata una delle città più turistiche dell’est della Turchia, sia per i Turchi che per gli stranieri e per questo motivo viene ben tenuta e… Finanziata! La cosa curiosa è che conosce l’italiano perché lavora in un ristorante di Monaco, in Germania, dove il cuoco è italiano appunto; com’è piccolo il mondo! 🙂

mardin

Così verso le quattro del pomeriggio, dopo un riposino in albergo, usciamo belli carichi e performanti per ammirare questo antico e splendido borgo.
Il panorama che si staglia davanti a noi è veramente stupendo: il centro storico di Mardin, completamente arroccato su questa collina, infatti guarda verso sud in direzione della Siria e dall’alto si scorge l’inizio dell’immensa distesa colorata di campi coltivati nella Mezzaluna Fertile!
Passeggiando sulla via principale, ci accorgiamo che il bazar nelle vie laterali purtroppo è chiuso, oggi infatti è domenica. Ad un certo punto un giovane ragazzo ci saluta e, vedendoci un po’ arrancare con la guida, ci chiede cosa cerchiamo: la Sultan Isa Medresesi, l’edificio antico più importante della città. Il giovane, di nome Tunçay, si offre subito di accompagnarci per visitare i posti e noi accettiamo, memori della bellissima esperienza di ieri a Diyarbakir con Boz-o! 🙂 Tutti e tre andiamo a vedere la Medresesi, con il suo stupendo portale, la moschea e i cortili interni e scattiamo fotografie un po’ ovunque. Peccato per i troppi turisti presenti, beh forse ci siamo abituati male nei giorni scorsi nelle città poco turistiche dell’entro terra: da ora in poi infatti dovremmo trovarne sempre di più nei posti che visiteremo…
Prossima “tappa”: la Chiesa Caldea dei Quaranta Martiri. Prima però beviamoci qualcosa, fa un caldo pazzesco e poi voglio offrire qualcosa al nostro gentilissimo amico!
Prima di entrare nella chiesa Tunçay ci porta in casa di un suo amico cristiano ortodosso il quale ci fa accomodare nel salotto e ci offre del vino di produzione locale. Ringraziamo, ma rifiutiamo, fa troppo caldo e bere vino a stomaco vuoto non è fra le cose migliori da fare. Purtroppo non riusciamo a comunicare più di tanto, parla solo turco e dice poche parole… Meno male che ci sorride! Credo che abbia anche dato l’autorizzazione a Tunçay ad accompagnarci a vedere la chiesa. Infatti la prossima tappa è proprio questa: l’interno è molto particolare ed assomiglia moltissimo a quella di Diyarbakir di ieri, tutta piena di drappeggi.

mardin

Ultima tappa, visto che poi abbiamo deciso di salutare la nostra guida e girare da soli, la Ulu Cami, una antica moschea selgiuchide irachena. Qui una piacevole sorpresa: ritroviamo i due signori polacchi incontrati ieri a Diyarbakir, li salutiamo e scambiamo due parole; loro vanno a Urfa e molto probabilmente ci incontreremo là domani! 🙂
Salutiamo Tunçay e gli diamo cinque lire per il tempo dedicatoci. Dice però qualcosa portandosi la mano al petto, come se rifiutasse… Dopo un po’ di gesti e continue incomprensioni capisco meglio: dice tristemente “baba” (papà) con una mano sul cuore e facendo il gesto di dormire… Ci sono, suo babbo è morto! Morale: vuole di più! Non so ovviamente se sia una balla o la verità, fatto sta che questa cosa ci spiazza un po’. Ci era sembrato onestissimo, addirittura aveva rifiutato la pepsi che gli avevamo comprato! Insistiamo però per le cinque lire, ma non si stacca, fa la faccia triste e ci segue. Alla fine gliene diamo dieci, potevamo anche desistere, ma la moto dopotutto è parcheggiata davanti alla hall dell’albergo, al sicuro, ma pur sempre all’aperto… E se domani mattina ci trovo qualche sorpresa? Ecco, abbiamo imparato la lezione: non fidarsi sempre è ingiusto, ma chiarire fin da subito le intenzioni, in questo caso economiche, è meglio! Ah Boz-o, fossero tutti come te…
Verso le sei e mezzo del pomeriggio troviamo la coppia di polacchi e decidiamo di bere un çay in loro compagnia. Raccontiamo così la nostra “disavventura” e ovviamente ci dicono che bisogna sempre chiarire: “No money!”

mardin ristorante

Salutati i nostri nuovi amici che forse ritroveremo a Urfa, iniziamo a cercare il ristorante per la sera. Decidiamo di andare al Cercis Murat Konagi, il ristorante più esclusivo (e caro) della città. Ma sì, oggi festeggiamo i nostri cinque anni insieme e non badiamo a spese! 🙂
Qui troviamo solo turisti, turchi ed europei, nemmeno un curdo. Cavolo, mi mancano già con la loro cordialità e amicizia verso chiunque… Qui invece sono tutti un po’ snob, tutti ad eccezione di una ragazza americana che Silvia ha conosciuto stamani nella hall mentre io sistemavo la moto all’esterno. Decidiamo di unire i tavoli, visto che lei è sola e insieme mangiamo e parliamo delle nostre vacanze. Si chiama Babette, fa la scultrice, è di New York ed è affascinatissima dal nostro giro, specialmente per il fatto che siamo in moto. Ma noi lo siamo ancora di più! Lei infatti sta girando da sola con i mezzi pubblici da un paio di settimane: prima Istanbul, poi la Cappadocia e quindi il Kurdistan, con Urfa, Mardin e domani Diyarbakir… Fantastico! Ovviamente si è spostata e si sposta con le dovute attenzioni e precauzioni: sempre con il velo a portata di mano e in alberghi di categoria superiore per evitare di incappare in spiacevoli incontri. In maniera intelligente insomma, non da sprovveduta! E devo dire che Babette c’è riuscita alla grande finora, facendo una bellissima esperienza di vita, turismo e cultura. 🙂
Dopo un’ottima cena, riaccompagniamo Babette al suo albergo, ci salutiamo e rientriamo al nostro Caravanserraglio per una bella dormita. 🙂
Domani… Urfa, la città di Abramo sacra per i Musulmani! Beh… Hosçakal! 🙂

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 17

 diyarbakir

sabato 01/08/09: Diyarbakir – 0 km
(tappa turistica)

Eccoci qua, nella capitale storica del Kurdistan, spesso teatro di manifestazioni e gravi scontri fra militari turchi e appartenenti al movimento del PKK (pekeké, come si pronuncia qua).
Bene, dopo la nostra bella colazione, verso le nove e mezzo usciamo con borraccia piena, cappellino e guida in mano! Come prima cosa ci dirigiamo verso il quartiere del castello sulla collina più alta della città, a nord est, che guarda la vallata dove scorre il fiume Tigri. Appena arrivati, l’impressione non è delle migliori, gli edifici sono un po’ fatiscenti e semi abbandonati e soprattutto non c’è un’ anima. Sarà il caso? Non è per niente rassicurante… Neanche a farlo apposta ci viene incontro un ragazzo sui vent’anni tutto ben vestito che lavora per il Comune e ci invita a visitare il complesso di corti della fortezza con le sue mura, i palazzi, l’hamam, la moschea e il caravanserraglio. Noi gli mostriamo la cartina sulla nostra guida e vede che non c’è praticamente niente del castello, così molto gentilmente si offre di farci da guida e ci regala un opuscoletto turistico multilingua (tra cui l’inglese) molto ben fatto sulla città, ottimo! 🙂
Visitiamo così tutto il complesso in completa autonomia, siamo solo noi tre; l’hamam è la parte più bella, tutto in pietra di basalto come le mura della città. Dall’angolo più a nordest delle mura saliamo su e immortaliamo la veduta sul Tigri, bellissimo… L’emozione della valenza storica di questi posti è troppo grande! Dopo aver visitato la moschea e il caravanserraglio, salutiamo la nostra guida e ci avventuriamo nelle viuzze più esterne al centro della città, lungo le mura. Passeggiando ci rendiamo conto veramente della povertà di questi posti, le case sono poco più che baracche scalcinate e i vicoletti ancora peggio; soprattutto vediamo tante donne che trafficano tra una casa e l’altra, tanti bambini e nessun uomo. Gli uomini infatti sono al lavoro e le donne esclusivamente dietro alla casa e alla famiglia. Mentre camminiamo un gruppo sempre più nutrito di bambini sotto i dieci anni inizia a “ronzarci” intorno, alcuni di loro ridono e ci dicono cose incomprensibili, siamo ovviamente una novità e una attrazione, specialmente io con bermuda, cappello e Rayban… 🙂 Però non mi sento per niente a disagio, anzi la prendo a ridere e mi metto a scattare foto; inutile dire che ho dovuto fotografarli tutti… ! 😀

diyarbakir

Dopo aver passeggiato in questi vicoletti rientriamo verso il corso principale, Gazi Caddesi, e ci dirigiamo verso il quartiere storico centrale dove ci sono le due chiese in rovina, la Caldea e l’Armena, e quella ancora in uso di rito siriano ortodosso. Dopo aver vagato per le viuzze e aver sorseggiato un çay offertoci per strada da un gruppo di anziani signori venditori di sigarette, veniamo distratti dal profumo di kebab e verdure arrosto che c’è nell’aria. Così decidiamo di rimandare la ricerca delle chiese a dopo pranzo e ci dedichiamo ad un’altra ricerca: quella di un buon ristorantino… 🙂
Entriamo così nel piccolissimo ristorante di Suleyman, un giovane tutto vestito di bianco con tanto di cappa e zoccoli, sembra un dottore! Il locale è minuscolo, ci sono cinque tavoli da giardino, anche questi bianchi, ma soprattutto non c’è la cucina! Infatti i pasti arrivano da un altro negozio, o abitazione non lo sappiamo, e le carni vengono cotte in un piccolo braciere sulla strada. Ci sediamo e nel giro di dieci minuti Suleyman ci porta due piattoni con pane tipo piadina, ma molto più buona, i due spiedini e le verdure grigliate. Ah, che buoni… Ormai non ci facciamo mai mancare niente, pranzo e cena sempre al ristorante! Ah, ovviamente a fine pasto arrivano due bei çay, gentilmente offerti dalla casa! Sono quasi le due del pomeriggio, siamo sazi e soddisfatti; decidiamo così di farci una passeggiata nel parco lungo le mura per poi andare un’oretta in albergo a riposare un po’, a fare una pennichella insomma! 🙂
Il parco principale di Diyarbakir all’ora di pranzo è un ritrovo per tante persone, specialmente in estate. Molti infatti si siedono all’ombra delle mura e degli alberi per stare in compagnia, fumare e bere çay sopra qualche kilim logoro di famiglia.
Noi con la pancia bella piena e il solito abbiocco in arrivo, ci sediamo su una panchina a fare due chiacchiere e a stabilire un po’ il da farsi nel pomeriggio. Dopo pochi istanti due bambine sui dieci anni si fermano davanti a noi sorridenti e ci fissano. Le salutiamo sorridendo e cercando di instaurare un dialogo, purtroppo non è facile, parlano solo curdo e turco. Alla fine diciamo loro da dove veniamo, ma la cosa più importante per loro è ammirare Silvia, sono completamente affascinate da lei e le dicono più volte indicandola: “Cok guzel”. Così immortalo il “trio” con due belle foto e le salutiamo. Non è però finita e mentre le due bambine se ne vanno, ne arrivano altre due che vogliono una foto, ovviamente con Silvia. C’è anche la madre, così prima di fotografare chiedo il permesso e la risposta è un sorriso che non lascia spazio a dubbi! Dopo questa piacevole esperienza, ci incamminiamo nel parco: ad ogni passo tutti, uomini, donne e famiglie intere, salutano e sorridono. Una di queste famiglie ci invita a sederci con loro per bere un çay insieme. Sono curdi: tre uomini, due donne e otto bambine. Ci fanno sedere sul loro kilim, io in mezzo agli uomini in posizione centrale con tanto di cuscini per la schiena e Silvia accanto alla donna più anziana e alle bambine. Tutti insieme beviamo il tè sorridendo e parlando… Ehm, cercando di parlare. Infatti alla fine ci riduciamo ai gesti, visto che non ci intendiamo molto, ma questi pochi piccoli gesti valgono mille parole! Decido di fare una foto, il capofamiglia Mihittin è d’accordo, e così ci mettiamo tutti in posa. Prima di ringraziare e salutare, chiedo loro l’indirizzo, voglio spedire infatti le foto dall’Italia, sono stati troppo ospitali e gentili, è il minimo!

diyarbakir

Arriviamo al nostro albergo per le tre e ci stendiamo un po’ sul letto per riposarci. Dopo poco più di un’ora riusciamo e torniamo in centro, dobbiamo trovare le due chiese abbandonate e quella ortodossa! Così con la guida in mano mi metto a cercare tra i vicoletti che pullulano di gente che entra ed esce dai negozietti, venditori, bambini, anziani che fumano e bevono il tè… Mentre cerco di interpretare la micro mappa della città sulla guida, un giovane ragazzo sulla trentina ci saluta e ci chiede se abbiamo bisogno di aiuto: si chiama Boz-o, è un barbiere dallo stile piuttosto moderno ed occidentale. Gli faccio vedere i nomi delle chiese che stiamo cercando e lui ci dice di seguirlo. Inizialmente non ci piace la cosa, è un tipo strano, abbastanza taciturno e dalla camminata un po’ “strascicata”, mah… Dove ci porterà? Mi tengo a distanza… Dopo qualche minuto bussa ad un portone di legno e ferro di un edificio piuttosto vecchio. Un giovane ragazzo ci apre e ci fa entrare: davanti a noi c’è un bel cortile curato e l’ingresso della chiesa siriana ortodossa. Boz-o ci dice di andare e che ci aspetta fuori visto che è musulmano. Entriamo: la chiesa è minuscola, col soffitto basso e un po’ buia, ma veramente affascinante, con larghi archi a sesto acuto, tutta piena di ornamenti e drappeggi sull’altare e sulle mura.
Dopo qualche minuto usciamo e fuori troviamo la nostra strana guida che ci chiede quale sia la prossima tappa, ma noi ringraziamo e salutiamo, vogliamo essere autonomi. Mi metto a guardare la guida, ma non è facile con tutti questi vicoletti e mi rendo conto di quanto sia approssimativa la cartina della città. Così Boz-o si rifa avanti e gentilmente ci dice che ci accompagna alla chiesa armena in rovina, visto che sicuramente sarà chiusa e bisognerà chiedere al custode di mostrarcela. Iniziamo a rilassarci un po’, avrà un atteggiamento strano, ambiguo ed eccessivamente pacato, ma è gentilissimo! Grazie a lui riusciamo ad entrare nella chiesa armena di Surpagab, chiusa e con il soffitto crollato.
Sull’ingresso troviamo un bambino che il nostro amico saluta affettuosamente e ci mostra la chiesa, le cappelle quasi intatte e ci racconta alcuni aneddoti in un inglese elementare, ma efficace! Ci accorgiamo che è sempre più rilassato e sorridente, ci dice che è sposato, che ha dei figli e che ama i bambini. Salutato il nostro piccolo amico, Boz-o ci porta a vedere una casa museo ottomana, anche questa chiusa, dove lui riesce a farci entrare chiedendo alla custode; ci avverte subito che dovremo lasciare cinque lire di mancia, ma va bene, non ci sono problemi. La casa è piccola, molto bella e nelle stanze l’arredamento e i suppellettili sono intatti. Nell’uscire il nostro amico, ormai ci rendiamo conto di essere stati un po’ troppo diffidenti nei suoi confronti, si mette un po’ a discutere con la signora custode. Alla fine capiamo che non vuole cinque lire, bensì dieci. Un po’ scocciato per noi, prova a trattare, ma la donna non cede… Così io pago, dopotutto sono due euro e cinquanta in più. Una volta usciti, Boz-o mortificato si mette una mano in tasca per restituirci le cinque lire in più. E questo gesto ci ha conquistato! Ci siamo detti: “Che fessi ad aver dubitato di lui, è veramente in gamba, strano, ma in gamba”. 🙂

diyarbakir

Dopo questo giro turistico, il nostro amico barbiere ci invita al suo atelier per bere un çay e ovviamente accettiamo! Così nel giro di una mezz’ora, conosciamo i suoi due fratelli, un gruppetto di giovani clienti e praticamente tutti i negozianti vicini. Io e Silvia siamo al centro dell’attenzione e il gruppetto si mette a ridere e a scherzare con noi; Boz-o ci prende un po’ in giro sul fatto che noi “avevamo paura” all’inizio e che ora siamo qua con lui quasi da un’ora! Effettivamente… 🙂 Ci dice inoltre che è veramente felice di aver fatto la nostra conoscenza, che è un pacifista e che ama tutte le persone, diciamo quasi in un modo un po’ “hippie”; si mette addirittura a pregare in terra in mezzo a tutti noi, rivolto ovviamente verso La Mecca, per ringraziare il Signore di questa esperienza… ! Alla fine dopo tre o quattro çay dagli svariati gusti, ci facciamo delle belle fotografie di gruppo e ci scambiamo gli indirizzi email.
Salutato Boz-o e la sua combriccola, andiamo a vedere la Ulu Cami, la moschea più antica e importante del centro della città. E’ veramente stupenda, in stile più arabo che ottomano, con un cortile interno tutto circondato da colonnati a due piani e con al centro una fontana per le abluzioni rituali dalla forma conica.
Una volta usciti, andiamo al negozio di tappeti di Sait, il signore che ieri avevamo incontrato per strada e che conosce un po’ di italiano. Appena entrati ci fa accomodare e iniziamo a parlare del nostro giro un po’ in inglese e un po’ in italiano. Insieme a noi nel negozio c’è una coppia di Polacchi, che sta girando in auto il Kurdistan: sono marito e moglie sulla cinquantina e stanno comprando tappeti! 🙂 Ci mettiamo anche noi a guardare, Silvia si mette insieme alla signora polacca a srotolare decine e decine di tappeti, il più bello in assoluto, un kilim curdo iracheno di sei metri per tre di una settantina di anni sui colori bianco, azzurro e rosa, che spettacolo! Peccato che voglia quasi 2000 dollari… Ma credetemi, li vale tutti, mai visto niente di simile!
Dopo il negozio di Sait ripassiamo per l’ennesima volta dal bazar, anche se ormai lo conosciamo quasi a memoria, ma è troppo bello, ogni negoziante o persona in giro ci ferma e ci saluta… 🙂 Passiamo anche dal bazar dei formaggi, veramente caratteristico e da acquolina in bocca. Tra le viuzze di negozi, troviamo anche un venditore di tè: ha solo ed esclusivamente tè nero dello Sri Lanka. Infatti qui in Kurdistan non si trova il tè turco, ma solo quello asiatico. Figurati se i Curdi si mettono a comprare tè dai Turchi… 🙂

diyarbakir

Sono le sette di sera, decidiamo di fare un ultimo salto da Montana al suo negozio di tappeti per salutarlo. Fra una parola e l’altra mi cadono gli occhi su un servito in ottone antico molto bello che c’è in un angolino del negozio… Stupendo, lo voglio! Ci chiede cento lire, ma chi se ne frega, è stupendo: fatto e inciso a mano, vissutissimo!
Rientrando verso l’albergo ci fermiamo a mangiare un paio di siskebab lungo la strada dove un simpatico ragazzo ha il bracere. Ahhh, che bontà! Il tutto accompagnato dal pane a piadina e… Una bella brocca d’acqua fresca di rubinetto… Ma sì! 😀
Bene, è ora di rientrare in albergo, domani andiamo a Mardin, vicino al confine con la Siria e la stanchezza si fa già sentire.
Oggi è stata una giornata memorabile, sicuramente la più bella fino ad ora! Diyarbakir e i suoi abitanti sono veramente fantastici, l’ospitalità e la gentilezza sono valori importantissimi per i curdi e qui a Diyarbakir, come a Dogubayazit, ce ne siamo resi davvero conto!

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 16

lago van

venerdì 31/07/09: Van, Tatvan, Bitlis, Silvan, Diyarbakir – 400 km
(tappa di trasferimento)

Direzione ovest, inizia il riavvicinamento all’Europa! Oggi ci faremo tutta la costa meridionale del lago di Van fino a Tatvan; poi andremo verso Bitlis, Silvan e quindi arriveremo a Diyarbakir, la capitale simbolica del Kurdistan.
Sveglia alle otto e clima stupendo, ma andiamo con ordine… Colazione: beh ormai ci mangiamo praticamente tutto, dal salato alle verdure fino al dolce. Il cameriere di ieri, innamorato del nostro calcio, torna per salutarci e ci porta un vassoio pieno di fette di anguria, tutte per noi! 🙂
Finita la colazione, porto nella hall i bagagli e vado alla reception per pagare e salutare. Ora bisogna pensare a tirar fuori la moto dal bunker! Con un fattorino vado al garage e sorpresa… Davanti al portone c’è una macchina parcheggiata. Vabbeh, la faremo spostare. C’è un problema però, non si sa di chi sia! Dopo un po’ di tentativi a cercare il proprietario, mi dicono che devo uscire sulla strada passando dal metro e mezzo che c’è fra il portone e l’auto parcheggiata… E come faccio? Vista la ripida salita sterrata devo andare deciso e piuttosto lanciato, non posso fermarmi e frenare per non andare addosso alla macchina, andrei in terra e ruzzolerei giù indietro con la moto. Così, come ho fatto per scendere giù l’altro ieri, decido di fare il bis! Vado tutto fiero nella hall per “precettare” stavolta minimo quattro fattorini. Me ne danno tre, ma io con lo sguardo ne adocchio altri due che vengono ad assistere. Così in fondo al bunk… Ehm garage, mi piazzo di fianco alla moto per guidarla e frenare all’occasione e con i tre ragazzi dietro a spingere. Ovviamente, come io sapevo già, non bastiamo! Scena da piangere dalle risate: un bestione da quasi 300 chili fermo in salita con quattro uomini che piangono dal ridere o dagli sforzi, non lo so! Alla fine una volta arrivati in cima tutti insieme vittoriosi ci guardiamo e abbracciamo: ce l’abbiamo fatta! Dopo i dovuti ringraziamenti e gli altrettanti saluti, carichiamo la moto, impostiamo il GPS e via verso Tatvan!

bitlis kurdistan

L’uscita da Van è abbastanza rapida e dopo aver messo benzina prendiamo la statale D300 che costeggia la riva meridionale del lago. Lungo questa strada troviamo tanti piccoli paesi, alcuni dei quali anche abbastanza attrezzati con degli stabilimenti balneari; la maggior parte però sono villaggi di pescatori.
Ad una cinquantina di chilometri da Van, scorgiamo in lontananza l’isoletta di “Akdamar” con l’omonima chiesa armena; decidiamo tuttavia di andare avanti e non vederla, ci vorrebbe come minimo mezza giornata e non ce la facciamo. Forse l’avremmo potuta visitare ieri invece di stare tutto il giorno a Van, ma ormai è andata così, pazienza! Dopo le foto di rito proseguiamo verso la nostra meta.
Superato Tatvan verso le undici, ci lasciamo alle nostre spalle lo stupendo Lago di Van e prendiamo la E99 verso la vicina Bitlis. Questa città è un paesone di montagna, che fa da vero e proprio crocevia, tutti passano da qui in quanto è l’unica via per andare verso Diyarbakir; infatti troviamo parecchio traffico, tutto passa dal centro di questo paese: auto, furgoni, camion, autobus e… Una moto! Lasciata Bitlis, i “giochi” si fanno parecchio impegnativi… La strada infatti è pessima: come quasi tutte le altre percorse nei giorni scorsi nell’est della Turchia, anche questa è in fase di allargamento della carreggiata. Qui però siamo tra i monti e i cantieri sono dislocati su piccole strade di montagna fra curve, discese e salite. Mi ritrovo infatti a guidare quasi sempre su strade sterrate in salita o in discesa piene di sassi o ghiaione, con tanto di traffico pesante e mezzi di tutti i tipi. Spesso sono anche costretto a fermarmi perché non vedo niente davanti a me con il polverone alzato dagli altri e in altre occasioni invece trovo le strade bagnate e semi allagate dagli operai proprio per evitare i polveroni, con il risultato che io, in moto, scivolo con le ruote e devo tenere i piedi giù per aiutarmi… Insomma, dopo due ore è veramente stancante considerato anche che Silvia, ad ogni scivolata evitata, si impaurisce sempre di più… Alla fine ce la facciamo e per l’una e mezzo siamo nei pressi di Baykan, un piccolo paese alla fine della regione montuosa di Bitlis e all’inizio della grande pianura del fiume Tigri.

kurdistan

Il clima è veramente splendido e iniziamo a sentire il caldo dei vicini deserti di Siria e Iraq. Nel giro di mezz’ora infatti la temperatura supera i 40 gradi, non posso neanche tenere la visiera del casco aperta perché l’aria calda mi secca la pelle e le labbra… Così ci fermiamo per mangiare qualcosa e riposarci un po’ in una bella stazione di servizio in mezzo al niente prima della città di Silvan. Appena arrivati, completamente sporchi di polvere e fango, parcheggiamo la moto davanti all’ingresso del ristorante. Ci vengono subito incontro due camerieri che ci salutano calorosamente e ci chiedono da dove veniamo. Come in altre occasioni, sono folgorati dal nostro viaggio e ci fanno entrare orgogliosamente nel ristorante richiamando l’attenzione di tutti. Uno di loro è il titolare e con grande felicità ci stringe la mano, è un curdo di Batman ed è fiero di averci lì nel suo ristorante. Infatti ci dà il tavolo migliore al centro della stanza, dice a tutti i presenti (una trentina di uomini) chi siamo, cosa facciamo e da dove veniamo. Mette perfino l’aria condizionata al massimo!
Nel giro di pochi minuti ci porta praticamente di tutto: kebab, riso, verdure grigliate, ayran, pane, fagioli… Si mette persino a sedere accanto a me al tavolo. E’ interessatissimo e vuole sapere tutto del nostro giro, ci consiglia vivamente Batman e Hasankeyf, dove c’è uno splendido sito archeologico. Terminato il pranzo con gli immancabili çay, il titolare e i camerieri ci salutano sempre più calorosamente, offrono la colonia per lavare le mani e ci accompagnano alla moto. Il capo mi dice con il tipico gesto: “Nicola, motor cok guzel!!!” (trad. : “Nicola, la moto è proprio bella!!!”).
Così con la pancia piena e l’abbiocco in arrivo, alle tre del pomeriggio ci accingiamo a percorrere gli ultimi 100 chilometri fino a Diyarbakir sotto un sole sempre più cocente. Dopo una quarantina di minuti però ci fermiamo di nuovo per bere un po’ d’acqua ad una stazione di servizio lungo la strada. C’è anche un autobus GT fermo con tutti i passeggeri che pranzano lì vicino: sono Iraniani in viaggio verso Urfa, un gruppo di circa dieci uomini e quaranta donne vestite con il “chador”. Appena parcheggiata la moto, saluto e vengo subito ricambiato. Un uomo che sta pranzando con la sua famiglia sul proprio tappeto mi invita a mangiare qualcosa con loro, ma io rifiuto gentilmente anche perché sono già pieno! Silvia invece viene quasi “assalita” da un gruppo di donne, che la guardano incuriosite, le parlano e la “sgridano” non appena lei racconta loro del nostro viaggio: infatti per loro abbiamo fatto male a non andare anche in Iran! Beh, sarà per un’altra volta… 🙂

batman turchia

Arrivati alla periferia di Diyarbakir, ad un posto di blocco della “Trafik Polis” ci fermano! Penso subito ad un controllo e invece… Multa per eccesso di velocità: andavo a 114 dove c’era il limite a 70 km/h. Inizialmente con il poliziotto non ci capivamo, poi a gesti e indicando il tachimetro della moto, capisco… Ahimè, l’ho beccata! Dopotutto andavo davvero a quella velocità sul lungo rettilineo di qualche chilometro fa… Pazienza, c’è poco da contestare. I poliziotti gentilmente mi chiedono la patente, il libretto e la “sigorta” (l’assicurazione) e mi compilano un bel verbale da 260 lire da pagare con calma quando torneremo alla frontiera. Pazienza, d’ora in avanti andrò più piano e starò più attento all’avvicinarmi alle periferie di paesi e città!
Arriviamo finalmente a Diyarbakir per le quattro e mezzo e, neanche a farlo apposta, entriamo nel centro storico circondato dalle mura medievali proprio dalla porta vicina alla via degli alberghi, “Inonu Caddesi”. Dopo un tentativo a vuoto al primo hotel, parcheggio in un vicoletto vicino dove ce ne sono altri tre: vado a sentire un attimo e lascio Silvia e guardia della moto. E’ pieno di gente che ci osserva incuriosita, però ci guardano diversamente da Van, sono tutti molto sorridenti, ci salutano con grande piacere e mi dicono di andare a sentire agli alberghi lì vicino rassicurandomi per la moto e i bagagli. Vado così all’hotel Kaplan e chiedo informazioni: vogliono 120 lire per due notti con colazione e garage (anche questo “supèr” ovviamente!). Torno da Silvia, che di fatto qui in Turchia è “diventata mia moglie” per evitare antipatie da parte delle persone più integerrime e religiose, e la trovo seduta al bar vicino in compagnia di simpatici signori che le hanno offerto un çay nell’attesa. Sono orgogliosi che siamo arrivati fino a qui a Diyarbakir. Vedendomi stanco, sporco e sudato, mi offrono un bicchiere d’acqua gelata, e di rubinetto… Non ce la faccio, è troppo invitante e la ingurgito… Alla faccia della diarrea del viaggiatore! Così dopo due chiacchiere in compagnia, sposto la moto davanti al Kaplan e con Silvia entro nella hall. Alla fine, dopo varie trattative, ci danno la stanza a 100 lire per le due notti. Una volta parcheggiata la moto nel garage (sotterraneo, ma migliore di quello di Van) e fatta una super doccia rigenerante, usciamo a fare due passi!

diyarbakir

Il centro è vivissimo e brulica di gente che gira per negozi, questa volta molto più veri e tipici rispetto al centro di Van. Sui marciapiedi ci sono venditori ambulanti di tè e cola dai folkloristici vestiti sgargianti di colore rosso.
Vicino ad un negozio un signore ci ferma e ci saluta in italiano, o meglio quasi in italiano! 🙂 Si chiama Sait, è curdo ed ovviamente ama l’Italia e gli Italiani! Anche perché gestisce un negozio di tappeti e antiquariato nella piazza centrale della città ed evidentemente “noi” siamo potenziali clienti. E’ molto simpatico, ci dice che sta dimenticando l’italiano e che gli farebbe piacere scambiare qualche parola con noi. Va bene, domani andremo a trovarlo al suo “Bazaar 21” e guarderemo altri tappeti bevendo altrettanti çay, ormai ci abbiamo preso gusto! 😀
Continuando la nostra passeggiata arriviamo all’hotel “Buyuk Kervansaray”, un caravanserraglio del ‘500 tutto restaurato con hotel, negozi e ristorante all’interno. Mentre osserviamo il suggestivo cortile interno, un uomo ci saluta, chiedendoci la provenienza e ci invita a vedere il suo negozio di tappeti, abbigliamento e chincaglierie di antiquariato. Si chiama Mehmet, detto “Montana”, è simpatico e gentile… Ma sì, andiamo! E via di çay e chiacchiere!
Mehmet, dopo aver visto che non siamo più di tanto interessati ai tappeti, ci chiede di parlargli dell’Italia. Così gli spieghiamo che per la maggior parte degli italiani la Turchia si ferma in Cappadocia e sul Mediterraneo, in quanto questa regione è considerata pericolosa per gli scontri contro i separatisti curdi. Lui resta allibito, in quanto gli episodi terroristici sono sempre meno e anzi il turismo sta iniziando ad arrivare anche qua; addirittura dice che organizza regolarmente escursioni di gruppo per turisti da lui guidate nel vicino Kurdistan iracheno, mostrandomi orgoglioso le foto con gli ultimi gruppi di viaggiatori che hanno fatto questa esperienza. Parliamo anche delle nostre prossime tappe e, sentendo che andremo in Cappadocia, decide di telefonare ad un suo amico italiano che vive là per aiutare i turisti. Si chiama Enrico, vive ad Uçhisar e al telefono mi dà consigli sulle prossime tappe, ottimo! Salutato Mehmet, con la promessa di ripassarci domani, andiamo verso l’albergo. Decidiamo di mangiare con una bella pida, così ci fermiamo ad un piccolo ristorante vicino all’hotel. Verso le nove, completamenti distrutti dopo la giornata di oggi, rientriamo e andiamo a dormire.
Ah, lezione di turco di oggi: “kuçuk” significa piccolo, “buyuk” grande! 🙂

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 15

van

giovedì 30/07/09: Van – 0 km
(tappa turistica)

Siamo a metà del viaggio, oggi niente moto, andiamo a vedere l’antico castello di Van sul promontorio in riva al lago a sei chilometri dal centro. Decidiamo di andarci a piedi e stare fuori fino a dopo pranzo, così ci abbuffiamo con una bella kahvalti per fare scorta di energie! Durante la colazione viene a salutarci un cameriere che letteralmente ci tratta da signori. E’ infatti innamorato del calcio italiano e ci parla di tutte le squadre italiane, ha persino la foto di Pirlo come sfondo sul cellulare… No comment! 🙂
Finita la colazione, verso le nove e mezzo usciamo e iniziamo la scarpinata fino al castello, anche per vivere un po’ la città e le persone. Invece, niente di speciale: arrivati al castello dopo un rettilineo lunghissimo, monotono, su una strada trafficata e con enormi palazzoni anonimi e un po’ fatiscenti, ci accorgiamo purtroppo che il castello non è altro che un ammasso di rovine e di sassi in cima ad una collina rocciosa. Non trovando l’ingresso con la biglietteria, alla fine chiediamo come fare per entrare ad un gruppo di donne e bambini lì vicino. Ci dicono di salire a piedi arrampicandoci fino alle mura… Troviamo così un buco ed entriamo: è un ingresso abusivo, ci troviamo infatti in cima al castello! Siamo gli unici turisti, ci sono solo alcuni ragazzini che giocano e corrono sulle mura, completamente abbandonate e in stato di disfacimento… Cerchiamo di arrivare alla torre più alta, ma da qua non si può, bisogna scendere e risalire dalle mura più esterne. Non mi fido però, vedo alcune brutte facce e qualche “branco” di ragazzini dagli sguardi poco raccomandabili… Decidiamo così di andarcene, immortaliamo con foto e riprese solo le viste sul lago e sulla valle al di sotto della collina, dove un tempo sorgeva l’antica città di Van.

van

Finalmente scesi da questo rudere incontriamo un vecchietto che passeggia, ci saluta calorosamente spiegando che ci troviamo in Kurdistan e non in Turchia, facendoci l’elenco di tutte le città curde, comprese quelle in Iraq e in Iran: Mardin, Urfa, Diyarbakir, Erzurum, Van, Igdir, Antep… Simpaticissimo! 🙂
Sono quasi le due e abbiamo voglia di mangiar qualcosa. Così ripercorrendo lo stradone verso il centro, ci fermiamo quando troviamo un cartello “Alabalik Lokantasi”, un ristorante dove servono pesce. Il titolare è un simpatico ragazzo curdo, probabilmente mio coetaneo, che ci offre l’unico piatto disponibile: trota di lago arrostita con spezie, verdure e riso! Beh, anche se non ha altro, devo dire la trota è veramente ottima! Il tutto accompagnato da una bevanda a base di carota fermentata, veramente imbevibile, ma che lui ci aveva proposto all’inizio e che non avevamo potuto rifiutare. E’ primo pomeriggio e fa piuttosto caldo, così rientriamo in albergo per un pisolino. Siamo piuttosto delusi da Van… Ieri e oggi non abbiamo visto niente di particolare, la città è  un po’ squallida e forse avremmo dovuto prendere la moto per andare a visitare il castello di Hosap o il sito di Cavustepe, a 25 chilometri ad est di Van, ma sinceramente non abbiamo avuto voglia anche perché i giorni “break” come li chiamo io, cioè senza moto e centinaia di chilometri, ci servono… Pazienza, ci rifaremo più avanti!

van

La sera decidiamo di cenare in un ristorante della guida, l'”Ikizler” in pieno centro, dove servono ottimi lamachun e pide. Non riuscendo però a trovarlo, chiediamo in giro e alla fine un gruppo di tre giovani studenti universitari si offre di accompagnarci in macchina. Io ringrazio e rifiuto, non mi fido… Con le facce che ho visto qua in questi due giorni voglio evitare rischi inutili. Dopo un po’ che vaghiamo alla ricerca del locale li rincontriamo e alla fine decidiamo di fidarci: sono gentilissimi e ci accompagnano al ristorante. Assistiamo solo ad un paio di manovre azzardate, come ad esempio una rotonda fatta per metà contro senso e tutte le auto vicine a suonare il clacson e ad infamarci, ma va bene così siamo in Turchia! 🙂

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 14

ararat moto

mercoledì 29/07/09: Dogubayazit, Van – 180 km
(tappa di trasferimento e turistica)

Oggi si riparte, lasciamo la nostra amata Dogubayazit verso le nove e andiamo a Van, dove staremo due notti. Dopo aver salutato e ringraziato Sedef, che ci ha fatto parcheggiare la moto nella hall, e tutti gli altri ragazzi che lavorano con lui all’albergo, carichiamo i bagagli e partiamo. Prima di uscire dalla città andiamo tutti bardati a salutare Osman e Norman al negozio e nel vederci confermano che non siamo normali! 😀
La strada per Van sfiora l’Iran, passando attraverso alti pascoli montani sui 2000 e passa metri di altitudine, ma il tempo è stupendo con un bel sole e un cielo limpidissimo, quindi il tragitto si preannuncia stupendo. Appena usciti dalla città in direzione sud ovest, una sagoma ben nota mi compare nello specchietto retrovisore della moto… è lui! Il Monte Ararat, l’”Agri Dagi” come lo chiamano qua! Finalmente riesco a vederne la vetta dopo due giorni con il cielo coperto dalle nuvole. Mi fermo all’istante a bordo strada e lo faccio vedere a Silvia che subito tira fuori la fotocamera e immortala me, la moto e l’amico dal “cappello bianco” con il suo fratellino (il piccolo Ararat) sullo sfondo! Uno dei momenti più belli fino ad ora in questa vacanza, forse il più memorabile a quasi 5000 km da casa: lo ricorderò sempre e custodirò questa fotografia gelosamente, garantito!
Approfitto per fare benzina, visto che 200 metri davanti a noi c’è un benzinaio; il ragazzo gestore ci offre l’ennesimo çay e che noi ovviamente non rifiutiamo, ormai siamo “çay addicted”…

kurdistan

Al bivio per Van la strada inizia a salire parecchio, è una statale deserta e l’unico a farci compagnia è l’Ararat che domina sempre la vista. L’asfalto non è male, solo un po’ grossolano, ma si guida benissimo; la strada è tutta un saliscendi di curve e il paesaggio è costituito quasi esclusivamente da pascoli. Ogni tanto troviamo qualche villaggio curdo sperduto con le case in mattoni di fango e paglia, dove le persone vivono di pastorizia. Ci colpisce il fatto che quasi sempre troviamo dei bambini a fare da pastori ai greggi e alle mandrie. Abituati a salutare sempre tutti, ci rendiamo conto che qui non siamo molto graditi. Infatti nessuno risponde al saluto, anzi due bambini pastori sui dieci anni al massimo ci mostrano un dito dall’inequivocabile significato… Forse è meglio lasciar perdere, non salutiamo più è meglio. Continuando il tragitto verso Çaldıran, una città vicina, notiamo in lontananza una coppia di ragazzini che corre verso la strada come per venirci incontro e vederci più da vicino, ma non per salutarci… Infatti nel giro di pochissimi istanti, mi vedo arrivare addosso un ramo d’albero di circa un metro, usato come bastone, lanciato da uno di loro con una mira da vero cecchino! Alzo d’istinto il braccio destro, tanto ho la protezione nella giacca, perché cercare di evitarlo con la moto sarebbe pericoloso, rischieremmo una caduta… Un vero missile, considerato anche che ho accelerato a più di 100 all’ora per cercare di evitarlo. Fortunatamente l’impatto avviene col cupolino della moto e non succede niente di più… Cavolo! In Italia altri amici motociclisti me lo avevano detto che qui nelle campagne più remote in Turchia dell’est (Kurdistan) avremmo potuto trovare dei bambini pastori che prendono di mira le motociclette, anche se di solito con le pietre…

kurdistan

Dopo questa spiacevole ma particolare esperienza, continuiamo il nostro tragitto e quando ci avviciniamo ad un gruppo di bambini pastori cerco di non farmi sentire troppo con la moto levando un po’ di gas. Infatti ne troviamo tanti sulla strada e le probabilità che ci lancino qualcosa sono piuttosto alte… Superata Caldiran, che non è altro che un villaggione di campagna, ci avviciniamo a Muradiye e quindi al lago di Van. Arrivati sul lago prendiamo la strada verso Van e dove la vetta innevata del monte Nemrut sulla costa settentrionale opposta alla nostra, domina il paesaggio. Anche qua la strada è semideserta e enorme, al solito è una superstrada a quattro corsie appena finita non si sa per chi, visto che ci sono poche auto e camion. Troviamo però una famiglia intera sopra una motocicletta tutta scassata con tanto di carrello appendice posteriore che ci saluta! 🙂 Arriviamo a Van per mezzogiorno e in lontananza, entrando dalla periferia nord che rimane più alta rispetto al resto della città, ci rendiamo conto di quanto è grande e moderna rispetto agli ultimi posti visitati in questi giorni. Decidiamo di fermarci un attimo e prendere la guida alla mano per poter cercare un albergo in centro. Poco dopo ci troviamo nel caos cittadino, dove tutti guidano un po’ come vogliono… Ma tanto anche io ormai ho imparato e guido alla turca! 😉

ararat

Arrivati all’albergo che avevamo scelto, il “Sahin”, parcheggiamo per poi andare a chiedere prezzi e disponibilità. Beh, nel parcheggiare ci rendiamo conto di essere una vera e propria attrazione per le persone intorno: ragazzi, uomini e anziani, nessuna donna. Tutti sono abbastanza cordiali e salutano, ma non ai livelli delle altre città e paesi visitati. Qui infatti rispondono ai miei saluti e basta e ci squadrano per bene. Silvia nota che non ci sono praticamente donne in giro, ma non se la prende, anzi dimostra di essere molto forte e fiera, dopotutto si è sparata 5000 e passa chilometri da passeggero e non so quanti di questi uomini farebbero altrettanto! Decido di entrare nella hall per chiedere il prezzo di una doppia e del garage per la moto. Il portiere parla qualche parola di inglese giusto quello che mi serve e mi spiega che una doppia costa 50 lire. Provo a trattare un po’, ma non scende e mi dice che il garage è “supèr”… Così chiedo di vedere la stanza ed un fattorino mi accompagna al piano di sopra. La stanza è grande e ci sono due letti, uno matrimoniale e uno singolo. Mi spiega a gesti che il grande è per me e il piccolo è per “lei”… Pazzesco, mi viene da ridere e penso già a quando lo racconterò a Silvia! 😀 Chiedo però al fattorino se c’è una stanza più piccola e dopo qualche istante arriva un altro ragazzo dell’albergo che parla meglio l’inglese e che mi porta a vedere un’altra camera, più piccola e con solo un letto matrimoniale. Beh, potrebbe andare, sicuramente costa meno penso io… E invece quando chiedo il costo, il ragazzo “spara” 55 lire! Ma come? Nella hall mi davano la grande a 50 e questo qui la piccola a 55? Faccio presente la cosa e lui testualmente: “Mmm… Little fifty, big fiftyfive!”. Beh, sentendomi preso in giro, alzo i tacchi scocciato ed esco…

kurdistan

Così vado all’hotel accanto, il “Guzel Paris”, quasi gemello del precedente, dove sono tutti più cordiali e accettano la mia offerta a 90 lire per due notti con colazione e garage. Prima di confermare però vado a vedere la camera: è identica alla prima dell’altro albergo, con un letto matrimoniale e uno singolo… Per chi saranno rispettivamente? 😉 Dopo aver visto la camera voglio vedere anche il garage, definito anche qui “supèr”. Così usciamo e un fattorino mi porta davanti ad una larga porta di ferro alta due metri scarsi alla base dell’edificio, apre e… Discesa vertiginosa e buio pesto! Il ragazzo scende e accende una fioca luce, che illumina il garage: uno spiazzo tutto sterrato ricavato nelle fondazioni dell’edificio e con la discesa ripidissima e sterrata! Beh se non altro è sicuro penso io. Ma come scendo giù? Non è facilissimo con quasi 300 chili di moto ed io sopra, anche per il fatto che in fondo alla discesa c’è una curva secca a sinistra. Come faccio a frenare? Beh, mi viene un’idea e non ci penso su due volte… Torno nella hall e confermo la camera, ma “precetto” due fattorini ad aiutarmi a scendere giù nel garage a moto spenta: io salgo in sella e dispongo i due dietro a sostenermi nello scendere! Che risate, dopo neanche mezzo metro i due “esplodono” e scivolano con i piedi! Così urlo e chiamo un ragazzo di passaggio che assisteva divertito alla scena dalla porta del garage… Beh alla fine in tre più io in sella ce l’abbiamo fatta, moto parcheggiata! Torno all’ingresso da Silvia, che si era divertita nell’assistere alla scena, ma che era anche sbiancata dalla paura di una caduta rovinosa, e andiamo nella nostra stanza: doccia e via a cercare un ristorantino in centro! Il centro di Van è costituito da Cumhuriyet Caddesi, il corso principale, e da tante viuzze laterali. Questo corso è veramente particolare per essere nella Turchia povera dell’est: i negozi sono in stile fortemente occidentale e cari! Sembra di essere in una città europea, se non fosse per le donne vestite con gli impermeabili lunghi e i foulard in testa. La maggior parte delle persone sono ragazzi giovani tutti vestiti e pettinati all’ultima moda. Gli sguardi su di noi sono però un po’ troppo “lunghi”, siamo extraterrestri: io perché in bermuda e cappellino in testa, Silvia perché donna occidentale e quindi assolutamente da ammirare… Beh, cerchiamo di non pensarci più di tanto e cerchiamo un posto dove mangiare. Troviamo così una via piena di ristoranti con i tavoli all’aperto dove i gestori e i camerieri urlano verso di noi per accalappiarci. Alla fine andiamo a sederci in uno di questi dove il menù è fotografico e dove dovremmo spendere circa 15 lire a detta del cameriere… Infatti sui menù di tutti i ristoranti non c’è nemmeno l’ombra di un prezzo esposto!

kurdistan

Nel centro non c’è molto da vedere, Van è una città moderna e tutta di recente costruzione, non c’è più un vero e proprio centro storico. C’è soltanto il castello che decidiamo di visitare domani. Così ci ritroviamo a guardare un po’ di negozi e compriamo un CD di musica curda per il nostro amico Imdat in Italia. Passeggiando davanti alla vetrina di un negozio, il titolare ci invita a vedere l’interno e ci offre un tè. Noi accettiamo volentieri e scambiamo qualche parola in inglese: gli parliamo di dove siamo e del giro che stiamo facendo, ne è molto contento, in quanto in questa regione non vengono molti turisti. E’ curdo e ci spiega che Van è una città dove vivono Turchi e Curdi insieme, perciò l’aria che si respira non è delle migliori, in quanto i Turchi, in minoranza, snobbano e denigrano i Curdi, mentre questi stanno più nell’ombra cercando di vivere o come loro o in completo isolamento. Ci sembra un uomo per bene ed è orgoglioso del PKK e ci chiede cosa ne pensiamo. Non è facile rispondergli, però alla fine gli dico che ovviamente non è giusto che i Turchi vogliano cancellare tutti gli usi e i costumi di questa etnia, ma anche che è sbagliato rispondere usando la forza e il terrorismo. Lui annuisce ed è d’accordo con noi, dopotutto le cose stanno cambiando piano piano ed il terrorismo separatista sta crollando per passare ad un movimento di resistenza più intellettuale e democratico. Dopo un secondo çay lo salutiamo e lo ringraziamo della chiacchierata. Passeggiando in cerca di un ristorante per la cena, riflettiamo su quello che ci ha detto e ci rendiamo conto che in questa città effettivamente una via è turca, come il corso principale, mentre un’altra più nell’ombra è curda. Ed onestamente fra le due quella più vera e che ci piace di più è quella curda. Anche se è difficile distinguere tra le due etnie, i Turchi in questa regione ci sembrano in generale più maleducati, strafottenti e che vogliono essere i superiori in tutto. Non è facile da spiegare, ma le città che abbiamo visitato i giorni scorsi, quindi completamente turche (eccetto Dogubayazit), erano diverse e molto più accoglienti, qua sono più che altro i Curdi ad essere accoglienti e amichevoli. Dopo una buona cena in uno dei più rinomati ristoranti del centro, rientriamo in albergo e letteralmente crolliamo dalla stanchezza… Buona notte e a domani!

Diario di viaggio in Turchia… Giorno 13

ishak pasa dogubayazit

martedì 28/07/09: Dogubayazit – 0 km
(tappa turistica)

Ah che bello… Oggi si dorme e ci preserviamo le chiappe. Ebbene sì, niente moto! 😉
Verso le nove e mezzo andiamo al negozio di Osman, dove accanto c’è la fermata del “dolmus” che porta all’Ishak Pasa. Abbiamo infatti deciso di prendere questo mezzo per fare i sei chilometri di strada fino là. Appena arrivati da Osman troviamo lui, Norman e suo fratello che ovviamente ci offrono un çay, ma non possiamo in quanto abbiamo il pulmino da prendere. Osman allora ci fa presente che non c’è problema, il dolmus ci aspetterà, tanto finché non è pieno non parte. Ricordo, giusto per la cronaca, che si tratta di un Transit e che di norma ci sono otto posti a sedere più quello dell’autista…
Dopo una mezz’ora arrivano anche Milos e Jovana, beh è ora di andare. L’autista infatti ci viene a chiamare e così andiamo alla fermata. Da non credere, il pulmino è pieno di donne e bambini più l’autista e altri due uomini! Saliamo con i nostri amici di Belgrado e letteralmente ci strippiamo sui sedili in fondo; Silvia conta diciannove bambini e una decina di adulti. Partiamooo! 😀

ishak pasa dogubayazit

Arrivati al parcheggio del palazzo scendiamo e salutiamo l’allegra combriccola… La vista sull’Ishak Pasa dal parcheggio è notevole in quanto domina tutta la vallata della città. Con Milos e Jovana andiamo verso il palazzo, che dista mezzo chilometro e all’ingresso cerchiamo il custode per pagare il biglietto. Invece del custode troviamo un gruppo di operai che ci fa cenno di entrare liberamente: in questi giorni non si paga visto che ci sono i lavori per la realizzazione della copertura in vetro di tutto il palazzo per preservarne le parti a cielo aperto. Beh, un po’ di fortuna non guasta! 🙂
L’Ishak Pasa è affascinante, vista anche la sua posizione, la parte più bella è la sala da pranzo del pascià, dove colonne e archi sono estremamente curati nei particolari con bassorilievi selgiuchidi, persiani e ottomani.
Dopo una buona ora ad ammirare e a far foto usciamo, facciamo qualche parola con Milos e Jovana, godendoci il panorama. Insieme decidiamo di riscendere in città a piedi, dopotutto sono solo sei chilometri e in discesa. A metà strada però Milos si stufa e mentre passa un autocarro fa cenno col dito per chiedere un passaggio. Il proprietario si ferma e ci fa salire dietro sul cassone aperto; non appena riparte ci ritroviamo a tenerci stretti, in quanto la strada non è il massimo e le scosse ci fanno fare dei bei salti! Beh, siamo a posto, abbiamo provato anche questa esperienza! 🙂

dogubayazit

Appena rientrati in città, verso mezzogiorno, accompagniamo i nostri amici a comprare i biglietti dell’autobus per Erzurum; loro infatti hanno finito la vacanza e devono essere dopo domani a Istanbul per prendere il treno per Belgrado. Dopo varie contrattazioni Milos, che in questa cosa è il numero uno, riesce a spuntare due biglietti a 40 lire passando da un autista all’altro come se niente fosse, dopo che il primo interpellato era partito da 60… Che grande, io contratto abbastanza spesso qui in Turchia, ma mai così tanto e con tale scioltezza! Dopo esserci salutati e scambiati i recapiti con Milos e la sua dolce metà, andiamo a mangiare al ristorante “Yoresek Yemek Evi”, gestito da una cooperativa di donne curde con i mariti in prigione per terrorismo. Non si sa se tutti siano realmente terroristi del PKK, ma qua nella regione curda la polizia e l’esercito fanno repressione bruta di qualsiasi atto o cosa che anche soltanto richiamino l’etnia curda con il risultato che la maggior parte degli abitanti è infelice e fortemente aggrappata alla propria etnia dove ognuno vive per conto suo, senza un briciolo di integrazione reciproca… Peccato! Su questo credo infatti che ci sia da lavorare tantissimo in Turchia dell’est.

dogubayazit

Ma torniamo a noi… Dopo aver pranzato alla grande “dalle donne”, come dice Norman, andiamo a riposarci un po’ in albergo. Verso le cinque torniamo al negozio di Osman dove troviamo suo fratello, Norman e un ragazzo peruviano in vacanza qua per fare trekking sull’Ararat. Tutti insieme ci mettiamo a guardare kilim e tappeti, uno più bello dell’altro. Ovviamente accompagnati da qualche bicchiere di immancabile çay! 🙂
Alla fine decidiamo di comprare un piccolo tappeto di lana (un kilim soumak), realizzato recuperando una vecchia culla curda per bambini riadattata appunto a tappeto. Osman infatti lavora moltissimo con una cooperativa di donne curde che trascorrono l’inverno a tessere, cucire e sistemare tappeti. Quindi ancora più volentieri paghiamo l’importo che supporterà economicamente diverse famiglie povere. E visto il prezzo, ci possiamo stare alla grande! Tutti e due felicissimi andiamo col nostro bel kilim in albergo a provare se entra nel borsone… Accidenti, non ci sta! Così torniamo nuovamente dal nostro amico, il quale si impegna a spedircelo a casa quando vogliamo. Perfetto, per la seconda metà di agosto va bene, visto che rientreremo in quei giorni.
A cena altra bella mangiata di kebab, formaggi, riso e verdure grigliate in un altro ristorante del centro. Ah che bontà! Prima di andare a dormire scambiamo quattro chiacchiere nella hall dell’”Isfahan” con Sedef, il suo amico, un inglese e il gruppo di ragazze coreane, completamente affascinate dal nostro viaggio.
Beh, oggi è stata una giornata stupenda, sicuramente una delle migliori finora… Ah, ho imparato a dire grazie in curdo: “Spas”.